[dropcaps type=’square’ font_size=’50’ color=’#fff’ background_color=’#252d43′ border_color=”]N[/dropcaps]ei primi anni della costituzione gran parte del lavoro organizzativo pesò sulle spalle dei due amici, Serny e Grant, fino a quando nel 1874 il fraterno rapporto fu repentinamente interrotto dalla prematura morte del primo, il quale fece tuttavia in tempo ad apprendere la sospirata notizia. Nel 1873 il Comune autorizzava infatti a costruire la sede sociale sull’area di Ripetta, a suo tempo concessa per le vie brevi. Il verbale della Commissione edilizia dell’8 aprile recita: “Non trova difficoltà la Commissione possa permettersi alla Società mastica dei Canottieri del Tevere di costruire un piccolo fabbricato nell’area provvisoriamente cedutagli dal Comune di Roma a contatto del pubblico mattatoio con prospetto sulla Passeggiata di Ripetta come l’esibito disegno piante”. Due anni dopo i Canottieri disponevano del loro “piccolo quartier generale”. Così “Il Rìpolo Romano” del 13 agosto 1875 definiva la sede dei Canottieri del Tevere nella cronaca sul ritorno a Ripetta dell’equipaggio vincitore della prima regata italiana.

Già nell’agosto di quell’anno sulla carta intestata della lettera del Circolo alla Società Cerea era riportato l’indirizzo di Passeggiata di Ripetta. Nella Guida Monaci del 1879 figura questo indirizzo con l’aggiunta del numero civico 42, che tale rimase fino all’inaugurazione, nel 1930, della casina progettata da Ettore Rossi. Le fotografie conservate nell’archivio sociale e quelle recentemente reperite presso il Museo di Roma testimoniano che la prima sede del Club era uno chalet costruito in legno, o almeno rivestito con questo materiale. Uguale testimonianza viene resa da Dante Paolocci in un disegno per l’Illustrazione Italiana. L’analisi di alcune immagini, in particolare di quella scattata dall’aerostato di Picard al tempo dello sventramento del quartiere dell’Oca e del Mattatoio, lascia intendere che lo chalet, sopravvissuto in un desolato panorama di distruzione, fosse almeno in parte in muratura. La fotografia mostra infatti lo chalet puntellato, libero dagli edifici ai quali originariamente si appoggiava, e mette in evidenza alcune parti murarie costruite con i consueti materiali.

Lo chalet, il cui stile si ispirava forse alla casina della S.C. Cerea sul Po, era a pianta rettangolare e si sviluppava su due piani. Il lato nord aderiva al muro di cinta del mattatoio mentre parte del lato est risultava attaccata ad un edificio preesistente, nel quale il Circolo trovò spazio per il rimessaggio delle barche. Sulla parte libera di questo lato si apriva l’ingresso principale al quale attualmente corrisponde il cancello per l’accesso allo spazio rimasto dell’antico giardino, dopo gli ampliamenti della casina e l’esproprio comunale per allargare la sede stradale in occasione delle Olimpiadi romane del 1960.

Il lato ovest guardava il fiume, il lato sud sosteneva una graziosa scala che conduceva al piano superiore e a un balcone dal quale era possibile spaziare sulla riva destra del Tevere fino ai Prati e al pettine di cipressi sulla cima di Monte Mario.
Al piano terra trovavano posto una palestra, che fungeva anche da sala d’armi, spogliatoi e servizi, mentre al piano superiore la sala riunioni e la segreteria.

Il terreno, di circa di 1200 mq., era occupato dall’edificio e dal giardino utilizzato per esercizi all’aria aperta. Vi erano istallati attrezzi per la ginnastica e, a confermare lo spirito polisportivo dei soci, vi figuravano anche alcuni velocipedi del tempo con ruote anteriori ben più grandi delle posteriori.

Le mappe, alcune originali riprese dall’archivio del Circolo e dall’Archivio Storico Capitolino, altre disegnate sulla base di immagini fotografiche e di logiche deduzioni, mostrano l’edificio iniziale e le successive modifiche determinate dai piani regolatori e dal desiderio di ampliare e migliorare la Sede Sociale. Negli anni che intercorrono dalla fondazione alla soglia del XX secolo il Circolo getta solide radici sotto la guida di quattro presidenti: Guglielmo Grant, brillante uomo d’affari apprezzato nel mondo della politica e della cultura, il Principe Ladislao Odescalchi, membro di una grande casata romana, fondatore della cittadina laziale di Ladispoli, Prospero Colonna Principe di Sonnino, senatore e Sindaco di Roma, e Leone Caetani Principe di Teano.

In questo periodo i Canottieri del Tevere realizzarono la sede e successi sportivi e mondani tali da suscitare l’entusiasmo e l’ammirazione dell’opinione pubblica cittadina e nazionale. Di conseguenza il loro nome è rimasto largamente radicato nell’immaginario collettivo. Nel giro di pochi anni regate vittoriose e raid remieri, in taluni casi al limite dell’impossibile, determinarono l’affermazione a Roma del canottaggio e stimolarono la nascita di altre società consorelle. Con tale politica il Circolo si arricchì di un parco barche assolutamente unico per il tempo, che incoraggiò molti atleti ad unirsi alla Canottieri del Tevere in un’epoca in cui non era facile disporre di imbarcazioni da corsa.

Nelle sue memorie Alessandro Bertinelli, uno dei più forti ed estroversi canottieri di allora, racconta: “La Società Romana dei Canottieri, che unitamente ad una decina di amici avevamo costituita, credette di far domanda per entrare nella vecchia società del Regio (siamo dunque dopo il 1883) Club Canottieri del Tevere, società composta dall’aristocrazia e alta borghesia i cui soci fraternizzavano fra loro in maniera che l’appartenervi era un vero ed incontestabile piacere e divertimento. Appena ammesso a far parte di detta società e siccome esisteva una grande quantità di differenti imbarcazioni, ne approfittai subito per dedicarmi allo studio del remo. In breve tempo venni assai apprezzato, tanto nelle gare sociali, quanto nelle nazionali, e venni sempre scelto per prendervi parte”.

Nel rimessaggio del Circolo, che occupava due locali in un edificio adiacente al primitivo chalet di legno, erano sistemati, tra barche da passeggio e da corsa, oltre venti scafi, alcuni di concezione notevolmente moderna, come il quattro con timoniere, battezzato “Cerea” in onore dell’omonima società torinese, realizzato in Francia, smontabile e con i sedili scorrevoli.

Tutti molto ben curati e evidentemente amati tanto da farli riprendere, all’esterno del Circolo sulla Passeggiata di Ripetta, da uno dei migliori professionisti romani, Giuseppe Felici, fotografo della Santa Sede con studio in via di Ripetta. Al posto d’onore il celebre quattro Margherita, (vincitore della prima regata nazionale disputata in Italia, a Genova nel 1875), a scalmi fissi, ricavati nel bordo. Lungo m. 10,50 e largo ml, era il fratello più veloce dell’Elba. progenitore delle imbarcazioni Silvia e Maria, anch’esse, come le precedenti, di costruzione inglese, ma con qualche particolarità nell’impostazione tecnica da sottolineare.

Il parco barche testimoniava le più importanti evoluzioni delle imbarcazioni dagli inizi del canottaggio e esercitava una grande attrazione su coloro che desideravano dedicarsi a questo sport. Furono proprio la varietà e la modernità di queste imbarcazioni ad indurre il Bertinelli ad iscriversi al Circolo. Un anno prima della regata OxfordCambridge (Boat Race 1829) il carpentiere inglese Rodley aveva ideato il fuoriscalmo, cioè l’outrigger, nome che si estenderà al tipo di barca con questa caratteristica, come nel caso delle imbarcazioni Silvia e Maria, riprodotte nelle foto di archivio del Tevere Remo. L’invenzione di spostare all’esterno dello scafo il perno dello scalmo poggiandolo su bracci prima di legno e poi metallici, non fu però usata nella Boat Race, corsa su un paio di lancioni simili alla Stresa e alla Carate delle immagini. Sempre oltre Manica il costruttore J.H. Clasper realizza il primo scafo senza chiglia, con superficie perfettamente liscia, di cui il Cerea prende le forme.

Il Circolo non si lascia sfuggire anche altre innovazioni come i remi ad asta cava fabbricati nel 1854 dal tedesco W. Retting, il sedile scorrevole ideato tre anni dopo da Rabkok di Chicago e perfezionato nel 1863 da Schiller di Berlino che vi aggiunge piccole ruote metalliche. Nell’ampio parco barche della Società Canottieri del Tevere non mancavano inoltre imbarcazioni per vari motivi interessanti: la Costantinopoli a quattro remi e timone a pala, importata dalla Turchia; il battello Loyd inglese ad un vogatore ed il posto per un passeggero, dal timone di puro stampo oxfordiano; due barche con voga alla veneta; la gondola Venezia completa di baldacchino per gli ospiti di riguardo; infine il singolo outrigger New York di costruzione americana, con scafo di concezione ultramoderna.

Grande era l’amore che i soci professavano per le loro barche alle quali riservavano attenzioni particolari. Spesso venivano battezzate in cerimonie mondane da dame partecipi alla vita del Sodalizio, con nomi di personaggi femminili per i quali si nutriva affetto e ammirazione. I documenti fotografici che ritroviamo nell’archivio del Circolo ci permettono di apprezzare, alla distanza di oltre un secolo, l’impegno dei nostri antenati per seguire l’evolversi delle tecniche costruttive. A fianco del canottaggio emerse tra i soci l’interesse per un altro sport nautico, la navigazione a vela. Nel 1876 il Principe Ladislao Odescalchi, fondatore e V. Presidente con Grant e secondo Presidente dei Canottieri del Tevere dal 1883 al 1888, mise a disposizione del Circolo, contro un modico fitto, un casale situato nella sua tenuta di Palo, a ridosso della torre e in prossimità del mare, per ospitare la sede marittima.

Nel 1877 seguì la disponibilità di un nuovo locale annesso al primo fabbricato per il ricovero delle barche. Tra le barche a vela di maggiore prestigio, che in quegli anni facevano capo a Palo, figura il cutter Albatros di proprietà del Sodalizio. Alcune fotografie lo mostrano ormeggiato davanti all’arenile della località laziale e sulla riva sinistra del Tevere, all’altezza dello chalet. Le immagini delle barche a vela in forza alla sede marittima del tempo fanno parte anch’esse della serie di foto dedicate alle imbarcazioni acquistate dal Circolo prima del 1900 e conservate nel suo Archivio storico. Tra le realizzazioni della Società dei Canottieri non può passare inosservata l’organizzazione di un servizio nel quale si ravvisa un efficace esempio ante litteram di protezione civile.

Per correre in aiuto della popolazione colpita dalle inondazioni essa acquistò venticinque barche con le quali cinquanta soci esperti canottieri erano in grado di recare prontamente soccorso agli alluvionati.

Il Tevere torvo ed ingrossato, che induceva esperti barcaroli ad affidarsi alla Madonna appendendo alle loro imbarcazioni le candele benedette ricevute in S. Maria dell’Orto nel giorno della Candelora, non intimoriva i canottieri i quali, per andare in soccorso dei propri concittadini, lo affrontavano con lucidità e vigoria.

L’organizzazione, sperimentata in varie occasioni tanto da meritare il riconoscimento e la gratitudine del Comune, si avvaleva delle esperienze in materia di soccorso effettuate dai canottieri del Tevere sin dalla disastrosa piena del 1870. In occasione della grande alluvione del 1896 nella sede del Circolo fu installato il quartier generale delle operazioni di soccorso alle quali parteciparono le società consorelle, il Circolo del Remo e l’Aniene.


Testi estratti dal libro “Storia di remi di vele e di passioni. Il Reale Circolo Canottieri Tevere Remo da Porta Pia al Terzo Millennio”, di Bruno Delisi, Pieraldo Editore